Step by step, degustazione alla cieca e altre amenità

(500 parole)

Poi c’è l’ospite che ti presenta una bottiglia a cena, “l’ho bevuto l’altra sera a casa di *** e l’ho trovato ottimo” – ma la cosa più divertente (immagino) è la mia faccia mentre cerca di dissimulare la mia reazione a tanto entusiasmo. Allora sgombriamo tutti il campo da qualche equivoco.

Calyx- Krater

La cena con il vinello da grande distribuzione ci sta per tutti, per divertimento o perfino per piacere, perché quella sera va così e dal mare arriva una brezza fresca e sbarazzina. Perché no? Poi, bere del vino che sta piacendo, nella consapevolezza di quello che si beve, è magnifico. Ma non è da snob preferire un calice di altro tenore.

Se provi qualcosa più particolare, quasi impercettibilmente l’esigenza sale. Per crescere, esistono corridoi preferenziali e strade diversissime tra loro: in una fascia media di mercato, per i vini bianchi potrei citare per esempio il Vigna di Gabri di Donnafugata, per i vini rossi il Ripasso dell’Amarone di Tommasi. Ma l’elenco sarebbe lunghissimo e imprevedibile.

Se ti volti da lì, poi, vedi la strada che hai percorso ed è improbabile che torni indietro. Magari pasteggi pure ad acqua. E, all’occasione giusta, apri la grande bottiglia – perché ci sta. Anzi, quando le priorità si capovolgono e non si aspetta qualche evento speciale, il vino è l’occasione (come dice Virginia Madsen in Sideways).

Ecco, riuscire a comunicare questo ribaltamento di prospettiva è uno degli scopi principali di chi si occupa di vino. Ma, per farlo, ci vuole una consapevolezza che l’etichetta del vino offerto dall’ospite festoso di cui sopra, da sola, non può dare. Non occorre essere intenditori, basta essere appassionati per godersi un buon calice.

* * *

Ci sono vini noti per essere inaccessibili ai più. Non faccio nomi per non essere frainteso: sono bottiglie straordinarie e un palato allenato le adorerà – però non devi per forza essere sommelier per capirlo. Un qualunque ricco zotico li gradisce senza sforzo, fregandosene del valore aggiunto, in termini culturali, del parlare di vino.

Una delle controindicazioni degli status symbol è che ci spendi una fortuna senza che magari davvero ti piaccia o ti ponga il problema se ti piaccia. Ecco: quando alla propria possibilità economica (senza invidie pregiudiziali o velleitarismo) si unisce l’educazione al piacere, si raggiunge un traguardo di civiltà. Questo significa apprezzare un vino: dargli il giusto valore.

* * *

Blind tasting

Io mi sono coltivato e continuo a coltivarmi con periodiche degustazioni alla cieca. Non ho (ancora?) gli strumenti per diventare analista sensoriale, ma solo senza farmi influenzare da etichette o commensali io riesco a capire quando un vino davvero è mio e quando no. E, cosa più importante per un sommelier, cos’è quel vino.

Poi necessariamente viene il confronto, il mettere insieme i pezzi, ricostruire le informazioni: provenienza, terreno, storie di persone che lo producono e lo bevono abitualmente. Un calice di vino è dunque per me anche un’avventura intellettuale e, nel senso più vero del termine, un momento di crescita proprio perché è piacere.

Vorrei, nel mio piccolo, regalare questo piacere ad amici e ospiti.

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