Curatolo Arini e il Marsala

(555 parole)

Degustazione Curatolo Arini 27 luglio 2018

A estate inoltrata, con dei colleghi ci rechiamo presso un’azienda enorme a Marsala. A un siciliano verrebbero forse in mente altri nomi, per ragioni di distribuzione: Curatolo Arini, infatti, esporta fuori dai nostri confini regionali e nazionali più di quanto venda da noi. Nemo propheta in patria, verissimo: ma, se due milioni e mezzo di bottiglie non penetrano adeguatamente il mercato, è perché il prodotto principale, quello storico, dell’azienda è un vino che sta risalendo solo ora la china di un uso in passato limitante e scorretto: il Marsala.

(Un paio d’anni fa, nel periodo natalizio, in una delle mie scorribande a Trapani – Trapani, non Treviso! – un pomeriggio ci sediamo in un wine bar bellissimo in pieno centro per bere un Marsala. Alla nostra richiesta, l’espressione del barman è sgomenta: “Un Marsala?”. Chiama i colleghi, la cassiera dice “sì, mi pare che ci sia”, cercano in giro e trovano una bottiglia, linea base di una nota azienda, aperta chissà da quanto. Neanche a pretendere alternative. Non so chi abbia presente il racconto La Luisona di Stefano Benni – ecco!; però ricordatevi che, almeno lì, quella vecchia pasta in vetrina era un’istituzione.)

Gloria regionale prima ancora che nazionale, non foss’altro che fu scoperto prima dell’Unità d’Italia ed era legato al territorio come i vini della tradizione, i “vini di (una determinata zona: Porto, Jeres, Madeira…)”. Uno dei cardini di un’industria alimentare e vitivinicola che (grazie agli Inglesi) ci ha proiettati nel mondo oggi deve poter contare sulle iniziative dei pochi produttori che ancora ci mettono su il nome e il marchio per proporre quel vino, ciascuno secondo la propria interpretazione.

Curatolo Arini scommette sulla produzione del Marsala dal 1875 (anno della sua nascita e della Carmen di Bizet, come ricorda orgogliosamente una retroetichetta). L’azienda si trova in posizione strategica per il commercio ed è organizzata come un centro di smistamento (il mare da un lato, il binario del treno che entrava dal cancello dall’altro), ma non possiede un solo filare di viti: acquista le uve da conferitori della zona e lavora su vitigni classici del disciplinare: Grillo (in prevalenza), Inzolia, Catarratto, in quantità variabile a seconda dell’annata e del prodotto da realizzare. Nel tempo, ha associato alla produzione del vino fortificato anche due linee di vini fermi secchi di media fascia, ma la scommessa reale rimane quella del Marsala. Chi avesse la fortuna di vederne le bottiglie, le riconoscerebbe subito per le splendide etichette art nouveau di Ernesto Basile, commissionate proprio dal capostipite Vito Curatolo Arini.

Marsala Curatolo Arini

Dal Marsala Semisecco, la versione base vendutissima all’estero, al Vergine Riserva del 1995, passando per l’Ambra semisecco e per il Superiore Dolce di tre anni, abbiamo esplorato una fucina di sapori tradizionali, riconoscibilissimi, che richiamano la memoria di una cultura che appartiene molto alla Sicilia e al tempo scandito dalle stagioni e dalle diverse ore del giorno. La sensazione si è fatta ancora più viva nel “Marsala dimenticato” (fuori commercio), proveniente da una botte ritrovata per caso, un tuffo nel passato estremamente intenso e piacevole, e nell’assaggio della mistella (necessaria alla concia) e del mosto cotto (un sapore quasi ancestrale, che mi riporta bambino). Quanto tutto ciò possa anche appartenere al futuro, dipende dal nostro lavoro: da come distributori, ristoratori e noi sommelier sapremo riproporre ai diversi commensali, ospiti e clienti il prodotto e le sue espressioni.

Curatolo Arini
La Luisona di Stefano Benni (audiolibro)

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