Baglio di Pianetto

(592 parole)

Baglio di Pianetto

Baglio di Pianetto nasce nel 1997 per volontà del conte Paolo Marzotto, già celebre nell’industria tessile, e si sviluppa su due tenute. Una dalle splendide ondulazioni collinari, a Santa Cristina Gela, mezz’ora di automobile da Palermo, a oltre 650 m di altitudine, su un terreno argilloso rossastro, con grande presenza di scheletro e di minerali; vi si coltivano Insolia, Viognier, Grillo, Petit Verdot e Merlot. L’altra, a Noto, contrada Baroni, su un terreno fortemente calcareo a poco più di 50 m sul livello del mare, dove troviamo Syrah, Nero d’Avola, Moscato e Frappato. Una scelta precisa di vitigni e due zone che trovano coerenza e valore nella filosofia produttiva del suo creatore, nel lavoro dei suoi collaboratori (l’agronomo Fernando Schepis e l’enologo Marco Bernabei tra gli altri) e in un impianto modernissimo, convertito al biologico nel 2016. Circa 105 ettari vitati (più un’altra sessantina a ulivi e altre coltivazioni ad orto per il sostentamento e il sovescio), per una produzione che sfiora le 600.000 bottiglie annue e una distribuzione che supera spesso la Sicilia e l’Italia.

Quattro, le linee in commercio (con una media di circa un nuovo vino l’anno).

Ramione

Una “base” fatta di 6 monovarietali bio, prodotti con tripla fermentazione per accompagnare e mitigare le caratteristiche dell’anno. Giovani, beverini, con importantissima acidità che accompagna la verve delle uve, senza coprirle (ho provato i neonati Syrah e Viognier, quest’ultimo si fa apprezzare in modo particolare per il suo bouquet ricco, aggraziato e sottile). Poi abbiamo 5 “classici”, vini che si sono già affermati nel tempo e vedono i due areali esprimersi in forma più matura e con più carattere, tutti con qualcosa di importante da dire, specie considerando che i blend riuniscono i territori in belle bottiglie (penso specialmente al naso maturo, profondo e seducente del Ramione). Mi ha colpito anche la freschezza garbata e quasi “nordica” del monovitigno Timeo, che rivela senz’altro la sua natura di Grillo, senza certe asperità sapide che siamo abituati a riconoscergli in certe espressioni del trapanese e dell’agrigentino.

Le “riserve”, i vini su cui chiaramente l’azienda punta di più, offrono un numero ancora maggiore di sorprese. Attraverso il legno e lunghi affinamenti, traducono freschezza e qualità dell’uva in vini più evoluti e intriganti, che richiedono un incontro più meditato e forse maggiore disposizione nel degustatore.

Ginolfo

Il Ginolfo è un Viognier di carattere, “spesso”, dove il tono boisé e un po’ tostato di nocciole e frutta secca convoglia molteplici sensazioni gustolfattive in un calice che vira all’oro, dalla grande consistenza e in un sorso molto persistente che sposerebbe pesci robusti e perfino un bel tonno scottato. L’austero e intensissimo Carduni è un Petit Verdot di grande eleganza nei profumi che gode dell’invecchiamento e di una sorta di complicità con il degustatore, soprattutto se lo si immagina con una carne robusta. Svincolandosi dal concetto di cru, il vino di punta è l’Agnus, in edizione limitata: vitigni rossi non dichiarati e nome che fa riferimento alla valle delle prealpi vicentine da cui proviene Marzotto. Piacevole, a forte impatto zuccherino e fruttato (uva in primo piano) il Moscato Ra’is, profumatissimo vino dolce.

Esistono poi due vini “naturali” creati nel 2013, i Natyr bianco e rosso, rispettivamente Insolia e Petit Verdot, che gusterò a casa. Due gli oli evo, uno per tenuta: il Pianetto, prodotto con Biancolilla e Cerasuola, più delicato e tipico, il Baroni, di maggior carattere e incisività, realizzato da Moresca e Verdella. Ho trovato in Baglio di Pianetto un’azienda efficiente e dinamica, in grado di garantire, oltre alla capacità produttiva, anche vini buoni e molto buoni, che si imprimono nella memoria per pulizia e personalità, intercettando un pubblico vasto e variegato.

Baglio di Pianetto

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