Vino e nature morte

(200 parole)

Cristoforo Munari - Natura mortaMi piacerebbe sfoderare la leggerezza della pomice sbattuta dalle onde, occuparmi di vino come uno che se ne dimentichi e beva.

Eppure chi – come me – si fa carico perfino dei palloncini gonfiati a elio, difficilmente segue il filo dei vini snocciolati come avventure di una notte e fuochi d’artificio: non mi abbandono facilmente al tintinnio chiassoso di un medagliere, dei “vini che contano”. Per me, un calice racconta. E poco male se ancora non capisco quello che mi dicono alcuni di loro, imparerò a conoscerli. Il bello dello scoprire il vino sta nel doverlo sedurre, nelle briose infedeltà ai propri innamoramenti.

La frenesia burocratica delle esperienze, quella malintesa natura morta che si accatasta nei discorsi: il vino – anzi no: i vini come esibita padronanza del mondo, velocità, consumo, riempire, svuotare, accumulare, celebrare, un-due-tre, avanti march! Scie di cenere nei calici voraci che bruciano le tappe. Lascio ad altri il titolo di esperti, di cose già concluse “con piccoli ritocchi”. Per me, occuparmi di vino significa esplorare, addentrarmi nella trame di storie che legano la realtà all’avventura.

Perché questo diventi professione, perché un passionale indossi una divisa, si deve far ordine – riconoscere di essere ancora appena salpati e veleggiare a lungo.

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