Vinitaly 2018: dal vostro inviato a fegato ancora sano

(542 parole)

Mentre leggi questa prima pagina del mio diario veronese, io sono di nuovo dentro – no, aspetta, non in galera come speri: per quello c’è ancora tempo! E siccome ogni giorno va come va, chissà “dove brillano i miei occhi”, come dicono le zie di casa mia. Aggiungerei anche il fegato, che – messo a dura prova – qualunque ecografista scoprirebbe vestito di paillettes. Ma veniamo a noi, anzi a Vinitaly 2018.

Dopo un accesso un po’ difficoltoso – non a causa della mia silhouette arrotolata sui tornelli – mi sono dato alla pazza gioia, fotografando tutte le mappe possibili e perdendomi in ogni caso. Sono un capolavoro e ancora nessuno l’ha scoperto: nel guardare la disposizione degli stand (che poi è sempre quella, eh), mi sentivo tanto uno di quei bimbi fiabeschi perduti nel bosco con le loro briciole mangiate dagli uccelli.

Vinitaly 2018Il dato positivo è che avevo le idee chiare, chiarissime – così chiare che sono sbiadite al mio ingresso. Promemoria e carnet di appunti sotto mano per evitare fughe di notizie e seminare altri blogger avversari. Ma siccome per fortuna la gente in media è più sana di me e va a Vinitaly per bere e conoscere, non per pubblicare in anteprima le mie cretinate, posso stare tranquillo e smettere di fare Gatto Silvestro in versione 007.

In ordine, ho visitato la Liguria, facendo il pieno di Pigato (vince Anfossi, non c’è storia: strepitoso: balsamico, freschissimo e molto intenso al naso e in bocca) e di Rossese di Dolceacqua, naturalmente (interessante il ventaglio di proposte di Maccario Dringeberg). Infine, ho provato lo Sciacchetrà, trovandolo uno dei più buoni vini passiti mai bevuti (eh, sì, esiste: non è l’Ippogrifo dei manuali per sommelier).

Dopo un’incursione al volo nelle Marche, per una scorpacciata altrimenti impossibile di Verdicchio di Matelica (buono Ergon di Borgo Paglianetto – diversissimo, straniante, da provare il Maccagnano di Gagliardi) e di Vernaccia di Serrapetrona, sono passato in Sardegna, dove mi sono divertito con varie versioni di Vernaccia di Oristano (lasciamo quella di San Gimignano per domani) e una visita a Jerzu e a Quartomoro.

Salto la mia visita a Enolitech (lo stand di attrezzature tecniche legate al vino) e il pranzo, ugualmente necessari al mio fegato per tirare una boccata d’aria e accertarsi di essere ancora vivo. Passo in Sicilia, dove vengo preso da un turbine di esperienze diverse e necessarie a un enotrinacrioto (tra cui l’intero repertorio di rosati da Nerello Mascalese a portata di epatociti). E qui i miei occhi si illuminano. Pausa di suspence.

Che poi avete capito tutti che la pausa serviva a garantire la chiusura del paragrafo nello spazio stabilito, ma fingiamo che sia un artificio narrativo per proiettarvi sul banchetto di Cornellissen. Ora, io non sono un amante dei “vini naturali” (cioè: non li prediligo, non che non mi piacciano), ma quei vini sono quanto di più interessante abbia assaggiato negli ultimi anni. Divisivi, me ne rendo conto, ma per me meravigliosi.

Dopo un’esperienza così intensa (e a lungo attesa), confesso che i vini assaggiati in seguito mi sono un po’ sfuggiti, non hanno lasciato rughe particolari nella mia memoria (che obiettivamente non era più molto vigile). Lasciamo dunque che il fegato si riposi fino a domani – che Bacco ne abbia pietà. E chiudo pure con un rigo di anticipo, tiè.

Vinitaly

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