3 Chardonnay italiani (alla cieca)

(494 parole)

Degustazione tra colleghi, stavolta (quasi) alla cieca. Ci accordiamo su un vino bianco, vitigno e vinificazione, per potenziare l’esperienza del confronto. Scegliamo lo Chardonnay, in versione secca, ferma e prodotto in Italia. Tre bottiglie coperte, schede individuali, quindi si svelano le carte e chi ha portato la singola bottiglia condivide con gli altri le informazioni principali. L’intenzione era di aggiungere una terza regione, ma poiché il vino prescelto era guasto, abbiamo risolto con un Sicilia-bis… del resto, è la nostra terra. Non è proprio un blind tasting, ma è ciò che ci si avvicina di più se vogliamo studiare senza coordinatori esterni. (Per i miracoli, ci attrezzeremo!)

Il primo campione ha riscosso la maggioranza dei consensi. Prodotto dalla Maison Anselmet nel 2015, ci porta dritti in Valle d’Aosta. Da un certo punto di vista, direi che è uno Chardonnay all’ennesima potenza, esemplare nei limiti di quello che può essere un vitigno internazionale fuori dal suo luogo storico d’elezione. Tra il paglierino e il dorato, presenta un bouquet ricchissimo ed estremamente fine fruttata e floreale, una mineralità tra il calcareo e il sedimentario (in effetti il terreno è morenico-sabbioso). In bocca, freschezza e sapidità vanno di pari passo con un agrumato di grande impatto ed eleganza: per latitudine e lavoro, è quello che più di tutti fa pensare allo spumante che se ne potrebbe trarre.

Stessa annata, ma sull’Etna, e la situazione è molto diversa. Già di colore più carico e consistenza maggiore. Ma al naso la mineralità tradisce quella virata scura, lavica, su cui nessuno di noi ha avuto dubbi, pur senza sapere quale vino stesse bevendo (né la zona esatta che avevo scelto della Sicilia). Le caratteristiche del territorio lavico sono nette e folgoranti, al punto da dividere l’augusto consesso tra i due stili: simili incontri sono indispensabili per definire con chiarezza intanto il proprio gusto. Io ai vini aggraziati e levigati preferisco questa ruvidezza passional-minerale, più eccitante ed energica, che in bocca si arricchisce e nella lunga persistenza retrolfattiva rilancia un ricco corredo di erbe aromatiche, tra cui salvia e maggiorana. Ma sono due vini diversi per occasioni non comparabili.

L’ultima bottiglia viene da Caltanissetta, Masseria del Feudo, terreni calcareo-argillosi. Pur essendo del 2016, quindi il più giovane, per via del clima rivela il colore più maturo, decisamente dorato con trasparenze più paglierine. Al naso è complesso con un assetto verticale: la mineralità spicca su agrumato e fruttato, sulle erbe aromatiche e su una distesa di fiori bianchi, senza che però nessuno di questi sentori possa stare alla pari con l’impianto acido-sapido. Più fine e ricco in bocca che al naso, ha anche una discreta persistenza e sembra destinato a un rapido consumo a tavola.

Un’esperienza, questa della degustazione alla cieca, che dà una svolta allo studio tra colleghi. Per quanto possa apparire scontata ad alcuni e acrobatica ad altri, è l’occasione per gettare la maschera rispetto ai preconcetti e andare al cuore di ciò che significa provare a conoscere davvero il vino.

Anselmet
Franchetti
Masseria del Feudo

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