Il Perricone racconta la Sicilia occidentale

(550 parole)

Ci sono vini che spesso raccontano il territorio e ne sono bandiera. Per quanto riguarda la Sicilia, Catarratto, Nero d’Avola, Nerello Mascalese, Carricante, Zibibbo e Grillo chiudono il cerchio di buona parte delle bottiglie esportate oltre lo stretto e i confini nazionali. Eppure, non sono gli unici “lettori” del territorio. A questi nobili vitigni, va aggiunto perlomeno un nome che solo negli ultimi anni è diventato oggetto di una scommessa – il monovitigno – in quella triangolo che, per dare un’idea, è “chiuso” dalla Palermo-Agrigento, definendo così la Sicilia occidentale rispetto al resto dell’isola: il Perricone.

Maria Antonietta Pioppo, presidente della Fondazione Italiana Sommelier – Sicilia Occidentale, ha individuato cinque cantine che hanno scommesso in modo particolare su quest’uva e a un pubblico di esperti e appassionati ha offerto in degustazione un confronto imperdibile tra i produttori per inquadrare un territorio – sia pure vasto e composito – attraverso un vino rosso che, se adeguatamente proposto, può conquistare un pubblico molto ampio. Al di là degli aspetti comuni (colore rubino tra poco trasparente e compatto, profumi di fragole, ciliegie, prugne e vinificazioni che escludono grandi apporti del legno), il Perricone traduce il terreno, il lavoro in vigna e in cantina in espressioni uniche.

Perricone

Porta del Vento (Camporeale, Palermo) ha proposto il suo importante progetto sul Perricone da agricoltura biologica, con un’annata, il 2011, che ci ha sorpresi per le sue capacità evolutive. La frutta qui è matura, quasi sotto spirito, e si somma, in un ventaglio già di terziari, a caffè e cioccolato. L’ingresso è diretto, ma si espande con grande morbidezza in bocca: il gusto è ricco e intenso, lunga la persistenza e il carattere notevole, adatto a bei secondi di carne.

Due le proposte per il 2015. La prima annata per Feudo Disisa (Grisì, Palermo), con 6000 bottiglie: una prima idea, quindi, che già qui dà risultati molto interessanti. Più fresco e balsamico, forse più immediato e accattivante, con il frutto che si scioglie in bocca, un po’ pungente e speziato e una lieve astringenza da caffè. E Caruso e Minini (Marsala), che dedica ben cinque ettari di terreno calcareo argilloso al vitigno con un’altitudine media di 290 m s.l.m. e produce 15000 bottiglie. Il loro Perricone fa solo acciaio e vetro, ma colpisce la morbidezza (quasi da legno) dei frutti maturi e del cioccolato e per una balsamicità che emerge sorso dopo sorso.

Infine, per l’annata 2016, vini che sono promesse, ma già ottimi. Feudo Montoni (Cammarata, Agrigento), in regime biologico, propone il suo Del Core, prodotto da uve coltivate a 500 m s.l.m. su terreni argilloso-sabbiosi. Il vino è ancora freschissimo, associa al frutto scuro erbe aromatiche e tannini ancora vivaci, ma già piacevoli. Fondo Antico (Trapani), offre Per te, un vino che è (letteralmente) un dono: il frutto è molto più croccante e variegato, ma lo si circoscrive facilmente alle piccole bacche rosse, ha un approccio più leggiadro e un profilo aromatico anche floreale che si risolve nella ricca e piacevole sapidità del territorio.

La serata  – che si intende quale primo appuntamento per raccontare il territorio – si chiude su un assaggio di oli delle stesse aziende, prodotti dalle cultivar della valle del Belice (Nocellara, Cerasuola e Biancolilla). Toni vegetali, pomodoro e frutta secca interpretano, dal canto loro, la straordinaria vocazione a prodotti che poco hanno a che fare con la sussistenza e tutto con la grande qualità.

Porta del Vento
Feudo Disisa
Caruso e Minini
Feudo Montoni
Fondo Antico

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