Oscar del vino 2018: i vini bianchi

(495 parole)

Quando ho cominciato ad approfondire il mondo del vino, ero convinto di essere un rossista; soprattutto: lo sarei rimasto. Ancora adesso, a dire il vero, se mi immagino a bere, penso a un bel granato nel calice, bella consistenza e profumi terziari inebrianti. Poi, però, mi ritrovo sempre più a indagare i vini bianchi. È mio destino essere in mia perenne contraddizione. Ma c’è di più: c’è che, quando ne parlo, mi scopro a intuire di più dei bianchi e mi trovo ad ascoltare persone come Giovanni Lai che sanno davvero trascinare il pubblico dell’Oscar del Vino 2018 e far capire quello che magari mi sfuggirebbe.

Ettore Germano - Riesling Herzu 2014Il primo vino della serie è un Fiano di Avellino, quello di Colli di Lapio del 2016. La Campania che conta nel mondo del vino si esprime qui attraverso un vino di grandissima mineralità: giallo paglierino con riflessi ora verdi, ora d’oro, di media consistenza. Questo Fiano si fa notare per gli agrumi, le erbe aromatiche e le ventate balsamiche. La freschezza netta del vino giovane e seducente lascia il posto a una sapidità che, pur stabile ed elegante, non ama dividere la scena con altri caratteri e si fa protagonista. È piaciuto molto ad alcuni colleghi vicino a me, ma personalmente non mi è rimasto impresso. Lo riproverò tra qualche tempo.

Segue il mio preferito della batteria, il Riesling Hérzu 2014 di Ettore Germano. Un Riesling in Piemonte, sì. In alta Langa, in piena zona di Dolcetto di Dogliani. La cosa straordinaria è che, nei limiti di un vino che certo spiazza, sia il vitigno sia il terreno (calcareo con presenza di scheletro) trovano la loro grande espressione. Giallo paglierino con riflessi dorati, al naso colpisce per la frutta (in particolare la pesca, che in bocca non disdegna richiami sciroppati), le erbe aromatiche e le spezie scure, mentre in un secondo momento arrivano gli idrocarburi che prendono la scena per orientare la persistenza del sorso e sostenere con coerenza il grande corpo, elegantissimo, e la sequenza dei ritorni retrolfattivi.

Infine, il vino più interessante della serata, l’orange di Radikon. Il Friuli Venezia Giulia non è nuovo a vini di grande concezione e a una spinta verso la ricerca. Ma questa Ribolla Gialla del 2011 (della linea Blue) è comunque impegnativa per un grande pubblico. Proviene da agricoltura biologica su terreno argilloso molto duro che però perde facilmente consistenza, specie se si tiene conto dell’inclinazione dei vigneti. Fermenta e riposa a lungo sulle bucce, con lunghissima maturazione in bottiglia e pochissima solforosa. Al naso albicocca candita, mandorle e cannella, ma in bocca è poco morbido e l’astringenza non riesce a riequilibrare una spalla acida pungente.

I vini hanno diviso il pubblico dei votanti attorno a me: ha vinto il Riesling di Ettore Germano, che a mio avviso guadagna un bel carattere mantenendo facilità di beva. Grande risultato, ma questa è una delle di quelle esperienze di degustazione che ripeterei in un momento di maggior riposo e serenità per approfondire l’esperienza.

Colli di Lapio
Ettore Germano
Radikon
Fondazione Italiana Sommelier

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