Bourbon, Whiskey, Rye e tutti gli altri

(495 parole)

America a gonfie vele

Destino voleva che arrivassi alla mia veneranda età a scoprire il Whisky americano. Abituato a usare lo Scotch come sinonimo, avevo sempre guardato ai film e alle serie tv statunitensi con un cipiglio snob. Ci si aggiunga la selva di nomi, tanti e misteriosi, e il gioco è fatto. Ecco che dal fondocampo, dribblando le mie spocchiose resistenze, arriva Fabio Barbera, responsabile del clan siciliano del Whisky Club Italia, a fare rete con quattro prodotti molto interessanti. Il tutto sotto i riflettori raffinati del 13 Bootleg.

Il nostro relatore, ormai al terzo appuntamento palermitano, ci ha presentato una supercarta dei Whisky. In prima linea il Michter’s US-1 Original Sour Mash Whiskey, prodotto da mais, segale e malto d’orzo, dorato carico tendente all’ambrato, che ricorda in pieno una pasticceria, tra il miele, lo zucchero caramellato e la scorza d’arancio candita dominanti e bilanciate da una nota di solvente che magari non piacerà a tutti. In bocca, le mandorle e lo zucchero a velo contrastano con una lieve nota affumicata che ricorda le botti carbonizzate in cui matura.

Con l’Hudson Baby Bourbon è stato subito amore: del resto, la mia antenna per le bottiglie più costose non fallisce mai. Mais 100% dello Stato di New York formano per un color ambra carica che mi ha sedotto con la sua ventata di legno. Sembra quasi di essere in segheria o di ritrovarsi, piccoli piccoli, nella vecchia dispensa piena di dolci di una nonna, in piena foresta. Ma con garbo, con arrochita leggerezza.

Terza tappa: Chicago. Il Koval Four Grain è un single cask, esito della distillazione di un mix di cereali, ma privo di mais. Koval è la prima distilleria aperta subito dopo la fine del proibizionismo (Bacco gliene renda merito) e ammetto che poco alla volta ho preso confidenza con questo whisky, con il suo colore paglierino e i suoi timidi riflessi dorati, con la sua bocca piena, morbida, quasi balsamica. Però non mi ha travolto e mi è estranea la sua nota di solvente,

Knob Creek Straight Rye

Maggiore felicità mi ha dato l’ultimo dram in degustazione, lo Straight Rye di Knob Creek, 55% segale, almeno due anni di maturazione. Sapevo di un distillato difficile, del sapore pungente del cereale povero del nord Europa, perciò è stata grande la sorpresa quando, all’odore un po’ sfuggente e lineare (biscotto), si è sovrapposto un gusto esplosivo e ricchissimo, speziato, affumicato. La cosa più simile che io ricordi è un whisky indiano, ma è una suggestione lontana, da rivalutare (me la annoto!). Mi piace il gusto da bacio rubato d’uomo impossibile.

Al di là delle preferenze personali, quest’incontro con il Whisky Club Italia ci ha aperto un mondo. Tra il Moonshine Ole Smoky d’apertura, aromatizzato a mele e cannella (praticamente una spremuta di apple pie), fuori programma e dono dello stesso Fabio Barbera, e le diverse declinazioni del whisk(e)y born in the U.S.A., ho riletto esperienze passate alla luce di nuovi approdi. Più che la chiusura di un cerchio, l’apertura di sterminati confini per il mio fegato.

Whisky Club Italia

Ole SmokyMichter’sHudsonKovalKnob Creek

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