Il vino capovolto (J. Rigaux, S. Sangiorgi)

(496 parole)

Jacky Rigaux - Sandro Sangiorgi - Il vino capovolto

Due libri in uno accomunati dalla necessità di calibrare il rapporto individuale e collettivo con il vino, la sua valutazione e la sua conoscenza. Già il titolo esprime la necessità di ribaltare la visione corrente, tesa a misurare piuttosto ad apprezzare il vino. Da un riappropriarsi del termine di degustazione e da una sua lettura critica, contro l’abuso dell’analisi, emergerebbero allora la dimensione culturale e quella naturale del vino.

Il vino capovolto, pubblicato nel 2017 da Porthos edizioni, nasce insomma da un’utopia che buona parte dei consumatori critici già condivide. Si aggiungano due elementi diversi a rafforzare l’esigenza del volume. Da un lato, l’esperienza di Jacky Rigaux a diretto contatto con aziende biologiche e biodinamiche capaci di produrre vini di buona o eccezionale qualità. Dall’altro, lo sforzo di Sandro Sangiorgi, dalla rivista «Porthos» in poi, di ripensare il momento dell’assaggio in chiave più esplorativa, con un’attenzione maggiore all’esperienza e al linguaggio più sincera e incisiva per descriverla.

Sembra spalancarsi, davanti a noi consumatori, un abisso incolmabile: su una barricata avremmo il super-sommelier, segugio infallibile, collezionista di odori esotici, purché abbiano nomi inaccessibili, comunicatore specializzato in Virtuosismo autoreferenziale (a buon diritto oggetto di scherno). Sull’altro schieramento, una coltissima (e «snobbissima») setta di invasati antisistema che sembra nutrirsi di terra attraverso il vino. È ovvio che un simile tono drammatico nello scontro e nella rappresentazione dell’interlocutore è volgare e dannoso.

Tastevin

Per quanto io rivesta i panni del sommelier (o almeno del diplomato sommelier), trovo molti spunti di questo libro (anche quelli polemici) sensati, intelligenti e – a dirla tutta – necessari. Solo che non capisco per quale motivo le due visioni non possano coesistere nel grande sistema di comunicazione del vino. Se un consumatore sfoglia una rivista per avere un’idea di più vini diversi e magari compiere una scelta, potrà usare una guida a punteggio; se invece vorrà tenersi informato e sognare un vino che potrebbe non provare mai o di cui potrebbe avere un’esperienza diversa, allora le più rare bottiglie proposte da Rigaux e l’approccio di Sangiorgi, suggestivo, efficace e lungimirante, saranno preferibili. O magari si potrebbe compiere la scelta inversa.

Senza nulla togliere al potere descrittivo dei numeri, ma anche senza nulla aggiungervi: redatte nel modo più oggettivo e condivisibile che ci riesce, le schede analitiche consentono di parlare la stessa lingua (o magari lingue dello stesso ceppo), ma non costituiscono un verdetto inappellabile e non pretendono né conferiscono patenti di verità. Poi se uno star system narcisistico guida il mercato, questa è un’altra storia. Liberiamoci dalle catene dei punteggi, usiamoli per quello che valgono, educhiamo il nostro gusto e, da consumatori intelligenti, prima che sedicenti operatori, viviamo le esperienze con il vino, che è frutto di territori e di storie umane.

Crescere come degustatori è molto più che capovolgere la propria prospettiva: è saper vedere le ragioni delle proprie scelte e misurare la distanza dall’oggetto di studio come dagli interlocutori. E questo io l’ho imparato sia al corso di sommelier, sia sulle pagine indimenticabili di Sangiorgi.

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