Masseria del Feudo (CL)

(365 parole)

Gita fuori porta per il gruppo dei futuri sommelier palermitani. Una quindicina di corsisti del primo livello del corso curato dalla Fondazione Italiana Sommelier hanno seguito Maria Antonietta Pioppo alla Masseria del Feudo di Caltanissetta (proprio al confine con la provincia di Agrigento). Attraversati gli splendidi paesaggi di un caldo autunno in Sicilia, abbiamo goduto della vulcanica ospitalità dalla gioiosa Carolina Cucurullo e dal fratello Francesco, eccellente enologo dell’azienda agricola (che si estende su ben 110 ettari).

Carolina e Francesco sono già alla terza generazione nell’impresa di famiglia (l’ideale per ottenere un buon vino, a sentire Mario Soldati). Ereditano perciò passione ed esperienza che spendono nel migliore dei modi in diverse attività: il frutteto, l’oliveto e naturalmente le vigne. Cinque le uve coltivate: Inzolia, Syrah, Nero d’Avola, Grillo, Chardonnay. Dunque tre tipologie autoctone e due i vitigni internazionali, ma con una tradizione ormai consolidata nella regione. La Masseria del Feudo vanta però il primo imbottigliamento in monovarietale dello Chardonnay nella regione (su suggerimento di Giacomo Tachis) e da sempre ha un’attenzione ai vini che è propria delle aziende biologiche (e che solo dal 2012 si è potuto registrare in etichetta).

Ma veniamo ai frutti di questo lavoro. Cinque vini che, in termini di mineralità, rispondono benissimo al carattere calcareo e calcareo-argilloso del terreno. Il Grillo ha un tocco austero e terroso, con un ritorno erbaceo a bilanciare la freschezza e la sapidità del primo sorso, che lo fa virare verso pietanze più “campagnole” che marinare. Lo Chardonnay del 2015, Haermosa, freschissimo e decisamente agrumato, può ancora crescere, ma già adesso vizia un palato che gusti una buona pasta con vongole o crostacei, in un rimbalzo festoso tra calice e piatto. Troppo giovane il Syrah, nel quale spiccano tannini che dovrebbero attendere un poco per integrarsi meglio e che adesso, a dispetto del tenore alcolico, sbilanciano il vino verso le durezze e rimandano forse a un buon carpaccio. I due Nero d’Avola sono indubbiamente più equilibrati ed esemplari: ottimi entrambi, ammetto un debole per la riserva del 2014 che è già speciale, con tannini vellutati, ma soprattutto una morbidezza al naso da vendemmia tardiva e una freschezza in bocca foriera di grandi promesse e sicura gioia con un eccellente secondo.

Masseria del Feudo

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