Vitigni antichi siciliani

(527 parole)

Attilio ScienzaMartedì 11 aprile, a Vinitaly 2017, all’interno del Padiglione 2 della Fiera di Verona, per “Cronache di Gusto”, il prof. Attilio Scienza ha presentato il suo lavoro sui vitigni siciliani Identità e ricchezza del vigneto Sicilia.

Il fulcro di questa nuova opera “corale”, come l’autore la definisce, è la ricerca genomica che supera e completa le conoscenze mitologiche e quelle storiche in merito alle uve più diffuse e a quelle ignote alla maggior parte degli stessi operatori del settore. Al progetto di ricerca del prof. Scienza e del suo staff si associa la registrazione di dieci varietà autoctone dell’isola, che dunque da un punto di vista del riconoscimento legislativo e degli attuali standard produttivi sono “nuove”. Molti di questi vitigni non avevano ancora un nome o avevano un nome locale, che poteva essere sinonimo di una varietà nota altrove: non c’era un interesse per il sistema vitivinicolo siciliano: né per le sue peculiarità, né per le sue analogie con altri vigneti.

A una ricognizione “m2 per m2” della superficie vitata in Sicilia segue lo studio delle varietà rilevate, custodite gelosamente nel centro regionale Vivaio Federico Paulsen di Palermo. Per sintetizzare al massimo un quadro molto complicato, potremmo dire che la Sicilia fin dall’antichità era divisa in due parti: una, occidentale, di origine cartaginese, più propensa al lavoro sull’olio e poco abituata alla produzione del vino; l’altra, orientale, nella quale si riconoscono due momenti. In una prima fase più arcaica, il vino era di bassissimo tenore alcolico e probabilmente anche di scarsa qualità; nella seconda fase, di derivazione greca/orientale (come l’Odissea ci mostra), durante la quale si diffonde una produzione di maggior corpo, volume alcolico e disponibilità alla lunga maturazione. Sarà questa la viticoltura a dominare nell’isola e a saldare la storia siciliana con quella della Calabria e dunque della Magna Grecia.

Attilio Scienza - Identità e ricchezza del vigneto SiciliaSi crea così una zona da cui sembra avere origine buona parte della viticoltura peninsulare e dalla quale ha origine perfino il Sangiovese, il vitigno più rappresentativo dell’Italia centrale e padre a sua volta di uve meridionali accomunate dalla produzione di un vino rosso come il sangue, che non necessitava di essere diluito durante il simposio. Di tutto il ricchissimo patrimonio siciliano preso in esame, poi, in questo gioco di viaggi delle uve e di incontri, l’elemento che sorprende di più è forse il Nero d’Avola: le analisi coordinate e condotte dal prof. Scienza lo qualificano come l’unico vitigno nel quale allo stato attuale non si possa riconoscere patrimonio genetico estraneo. Siamo di fronte a un’uva rara, che non rivela tracce di incroci. Inoltre, il Nero d’Avola per vocazione dei terreni si incunea tra le due viticolture senza contaminarsi con nessuna delle due e rappresenta al meglio l’isola.

Oltre a svelare qualità nuove, la splendida lezione del prof. Scienza ha gettato nuova luce su vitigni che da anni rappresentano la Sicilia. L’incontro è stato seguito con grande interesse da tutti i presenti, perlopiù operatori del settore. Un ringraziamento speciale è stato tributato alle istituzioni che si sono impegnate nel garantire la fattibilità di questo repertorio di viticultura, in particolare all’Assessorato regionale dell’Agricoltura, dello sviluppo rurale e della pesca mediterranea nella persona del suo titolare, il deputato Antonello Cracoclici.

Cronache di gusto
Un’altra splendida lezione del prof. Scienza: le Malvasie del Mediterraneo

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