Porto, Niepoort 20 y.o.

(433 parole)

Casa. Ovunque io sia, il profumo di un Porto mi riporta immagini private, di gioia e di complicità. Sarà la leggera tostatura del legno, saranno gli odori un po’ severi, sarà pure il marketing. Non ho nessuna voglia di stare a farmi domande, passo subito al mio calice.

Porto Tawny - Niepoort 20yoLa mia esperienza con la Niepoort è stata sempre ottima (in particolare, ricordo un Colheita, credo del 2003, a dir poco magnifico: per la mia esperienza, il migliore della casa). Qui abbiamo un Aged Tawny, ovvero un vino invecchiato in botte per un certo numero di anni e poi miscelato con altri di diversa età per acquisire la media e le caratteristiche di un vino di… in questo caso: 20 anni (imbottigliato nel 2016).

(Questa è, in assoluto, la misura che preferisco: già il 30 anni acquista una ruvidità di troppo e il 40 anni, per usare le parole di Andrea Scanzi, a tratti mi sembra una “spremuta di Pinocchio”. Amo il legno, ma nel vino c’è anche altro.)

Il colore è già una sorpresa: sembra un vino granato che è diventato chiaretto, con una marcata veste liquorosa. Non ha le severe tonalità mogano del Graham’s di pari età, qui c’è una brillantezza di pietra preziosa. Al naso, questo Niepoort rivela tutta la sua natura di Porto: è un vino particolarmente ricco di terziari, dove la speziatura è una ventata su cui si sostiene una coltre di frutta essiccata (albicocca e un po’ anche di pesca rossa) e più ancora candita. Neanche per un attimo, si può pensare alla frutta fresca.

Se fosse un quadro, direi che l’odore è una natura morta, ma non con le tinte drammatiche e un po’ fosche dei fiamminghi, bensì una natura morta riprodotta ad Haiti. L’aroma è seducente, promessa di un incontro, dove il “lato oscuro” è un balenio degli occhi. Però poi il “lato oscuro”, maledetto, ritorna tutto. In bocca, questo Porto è dolce, caldo (20% vol.), molto morbido, ma non rotondo o del tutto equilibrato: c’è anche una spiccata freschezza che sembra riportare il vino verso altri lidi.

Si sente, infatti, l’uva, o meglio ancora il mosto. Diciamolo meglio: hai quasi la sensazione di un acino che, dopo esser stato schiacciato tra i denti, aderisce al palato. Ma i tannini sono vellutatissimi e nobili, quasi contrastano con la giovinezza da vino bianco. Il finale ritorna lungo e armonioso, sapido, ottimo, sembra chiamare un quadratino di cioccolato fondente (diciamo al 40%). Permane la sensazione di un vino caratteristico, riconoscibilissimo, ma non esemplare: leggermente aspro e non del tutto riuscito, non promette miraggi per più lunghi invecchiamenti.

Perciò il mio voto, nonostante l’affetto, si ferma a 85/100.

Niepoort

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